di Roberto Bartolini
Un’indagine svolta dall’Istat tra il 2019 e il 2024 certifica che solo il 12% delle aziende agricole italiane dichiara di aver realizzato, negli ultimi cinque anni, interventi volti ad innovare la tecnica di produzione e/o la gestione aziendale.
Il dato è sconfortante dal momento che, con gli andamenti estremamente volatili dei prezzi di mercato, solo con l’applicazione mirata dell’innovazione tecnologica, agronomica e gestionale l’agricoltore può cercare di ricavare un reddito dalla sua attività in campo e in stalla.
Eterogeneità territoriale
La modesta quota di aziende innovatrici evidenzia una marcata eterogeneità territoriale, con incidenze molto più elevate tra quelle del Nord-est (24,5%) e del
Nord-ovest (19,4%), mentre il Centro (10%), il Sud (6,2%) e le Isole (8,1%) mostrano valori sensibilmente inferiori.
E questo ultimo dato aumenta lo sconforto dal momento che al Centro e Sud Italia si coltivano prodotti importanti per il nostro comparto agroalimentare e come esempio si può citare il grano duro, che proprio in mancanza di innovazione ( agronomica, genetica e di filiera) rimane ancorato a produzioni unitarie molto al di sotto delle sue potenzialità.
Ancorati al passato
Tre aziende agricole su quattro (I cioè il 74% del totale) dichiara di lavorare il terreno ancora in modo convenzionale, con aratura ed erpicatura e tale quota si mantiene piuttosto stabile al variare della ripartizione geografica, mentre è più elevata tra le piccole aziende (76%).
Solo il 14,2% delle aziende pratica l’agricoltura conservativa ( minima lavorazione, strip tiller e sodo) e il 65,2% applica la rotazione delle colture.
Il 5,2% delle aziende agricole ha dichiarato di aver utilizzato impianti per produrre energia da fonti rinnovabili per autoconsumo e/o vendita.
Difficoltà a gestire il cambiamento
La capacità delle aziende di gestire il cambiamento tecnologico e organizzativo costituisce un ulteriore fattore discriminante. Gli operatori che negli ultimi cinque anni hanno messo in atto processi innovativi hanno segnalato una “resistenza interna al cambiamento”. Anche in questo caso si osservano differenze territoriali: la resistenza è più diffusa tra le aziende del Sud (23,1%) e delle Isole (15,1%), mentre è più contenuta tra quelle del Nord-ovest (9,5%) e quasi residuale tra quelle del Nord-est (6,6%).
Il percorso innovativo nel settore agricolo italiano sembra quindi configurarsi come un processo nel quale la dimensione tecnologica è strettamente interconnessa con aspetti umani e organizzativi.
La disponibilità di competenze adeguate, la capacità di aggiornamento continuo e la gestione delle dinamiche interne, rappresentano fattori chiave per il successo in investimenti innovativi che tuttavia stentano a far breccia sulla maggioranza delle imprese agricole.
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