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Il Portale dell'Innovazione Agronomica e della PAC per i seminativi.

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L’adozione del “sodo” necessita di forti motivazioni e conoscenze. Il contributo PAC non basta!

07-01-2026 08:51

Roberto Bartolini

Agrotecniche,

L’adozione del “sodo” necessita di forti motivazioni e conoscenze. Il contributo PAC non basta!

Usare bene il suolo significa produrre in modo più efficiente e di conseguenza migliorare la redditività delle produzioni, oltre che salvaguardare una risorsa.

Usare bene il suolo significa produrre in modo più efficiente e di conseguenza migliorare la redditività delle produzioni, oltre che salvaguardare una risorsa fondamentale per la nostra vita sul Pianeta.

L’agricoltura rigenerativa (sino a poco tempo fa chiamata “conservativa”) è stata riconosciuta dall’Unione Europea come pratica agronomica capace di garantire un uso più efficiente del suolo, tant’è che la PAC attuale e quella precedente, hanno predisposto misure di incentivo mirate a promuoverla presso gli agricoltori europei.

Ma il contributo ad ettaro che le Regioni assicurano a tutti gli agricoltori che, al posto del modello tradizionale di gestione del terreno basato sul binomio aratro-erpice rotante, adottano semina su sodo e minima lavorazione, non sembra sufficiente per convincerli a cambiare strategia agronomica.

 

Perché è difficile battere nuove strade

 

Mancanza di motivazioni, carenza di conoscenze tecniche, scarsa reperibilità di attrezzature e di consulenti esperti sul territorio sono fattori che stanno rallentando l’adozione da parte degli agricoltori dei nuovi sistemi di gestione del terreno e dell’agricoltura rigenerativa in senso lato, anche se incentivati dai contributi della Pac.

Prendiamo l’esempio della semina su sodo, certamente il sistema più complicato, dal punto di vista agronomico, da adottare nella conversione dall’agricoltura convenzionale.

 

La soluzione vincente a problemi reali

 

Per gli agricoltori che hanno già adottato il sodo, alla base del cambiamento c’è sempre stata la ferma convinzione che questa pratica fosse la soluzione giusta ad una serie di problemi/limiti che le aziende si trovavano a fronteggiare in regime di agricoltura convenzionale.

Facciamo alcuni esempi.

- Problemi di natura tecnico-economica per limitare i costi colturali e del lavoro divenuti non più sostenibili.

- Migliorare la portanza dei suoli e riuscire ad entrare più agevolmente in campo per le operazioni colturali in diversi momenti della stagione e poter meglio utilizzare le finestre operative più favorevoli, anche alla realizzazione dei secondi raccolti.

- Contenere l’usura e le spese di manutenzione di attrezzature dovute a lavorazioni di terreni molto argillosi o ricchi di scheletro.

- Contenere i fenomeni di erosione superficiale e di lisciviazione dell’azoto, che comportano apporti sempre crescenti dei fertilizzanti chimici.

- Ottimizzare il fattore lavoro, soprattutto nel caso di appezzamenti molto frammentati e dispersi nel territorio.

- La necessità di allargare l’avvicendamento colturale inserendo ogni anno il secondo raccolto e le cover crops nel periodo autunno- invernale.

 

Il difficile periodo di transizione

 

Non c’è dubbio che i primi anni di passaggio dal convenzionale al sodo sono complicati perché i campi si devono abituare alla nuova tecnica di gestione e l’agricoltore deve prendere confidenza con le nuove tecnologie e con il suolo che cambia.

In questa fase la differenza la fanno le motivazioni (che fanno tener duro l’agricoltore di fronte a risultati spesso deludenti), l’intraprendenza   del produttore nel trovare spesso da solo soluzioni ai problemi che incontra e la disponibilità di consulenza tecnica.

In questo ultimo caso molto importante diventa la rete di relazioni con altri agricoltori esperti, vicini o lontani, capaci di dare consigli al momento giusto ed internet oggi gioca un ruolo cruciale per lo scambio di contatti e di informazioni.

Per alcuni agricoltori la fase di conversione dura 5-6 anni costellati da successi e fallimenti approfondimenti tecnici e studio, oltre che modifiche alle attrezzature ed ampliamento della rotazione con inserimento di cover crops e nuove colture per ampliare le finestre di intervento.

Il terreno ci mette di solito 2 o 3 anni per non risentire più di vecchie suole di lavorazione e di compattamenti derivanti dalle lavorazioni con l’aratro.

 

E’ determinante la competenza dell’agricoltore

 

Apporti di matrice organica e semina di cover crops accorciano il periodo di transizione così come la conservazione dei residui colturali in superficie.

Le rese delle colture nel periodo di transizione possono anche diminuire, tutto dipende non solo dalle condizioni agronomiche in cui si opera ma anche dal grado di competenza degli agricoltori che minimizza errori ed omissioni. Quindi si può affermare che in tantissime situazioni già nel primo anno di sodo le rese non diminuiscono.

 

Come cambia il parco macchine-attrezzature

 

La conversione al sodo, ma vale anche per minima lavorazione e strip till, comporta un diverso uso ed ammortamento del parco macchine-attrezzature che generalmente viene molto semplificato, alleggerendo i capitali da dover ammortizzare.

La maggior parte degli agricoltori “convertiti” hanno venduto aratri, erpici rotanti e seminatrici convenzionali.

L’utilizzo delle trattrici diminuisce di almeno il 30% rispetto a quanto si faceva in passato in quanto i lavori sono meno impegnativi e si risparmia anche sul gasolio di parecchie decine di euro ad ettaro.

Ci sono casi di agricoltori che hanno sostituito due trattori ad esempio da 80 e 105 CV cingolati con un solo trattore gommato da 160 CV con pneumatici a bassa pressione ed ampia sezione che grazie alla portanza dei terreni a sodo riesce ad eseguire tutti gli interventi colturali anche di diserbo e concimazione di copertura senza danneggiare il suolo.

Dunque l’agricoltore che decide di passare al sodo solo perché incassa il contributo compie un grosso errore. La scelta che fa deve essere strategica convinta e supportata da scelte aziendali mirate.

Il contributo della PAC è utile per compensare eventuali perdite economiche per cali di rese nei primi anni o l’introduzione di colture meno redditizie e delle cover crops a perdere.